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Volontariato e welfare di comunità


Il profondo cambiamento demografico che stiamo vivendo è in assoluto una novità, nessuno di noi in nessun paese al mondo ha affrontato compiutamente questo tema, abbiamo continuato a vivere e ad organizzarci rimuovendo il problema o al massimo affrontandolo solo nei suoi aspetti più acuti, la non autosufficienza, o attraverso rimedi che tamponavano o rinviavano semplicemente la soluzione a tempi futuri, vedi il fenomeno della crescita smisurata e incontrollata delle badanti. Mai ci siamo domandati se, ad esempio, una città urbanizzata e pensata per essere abitata da persone attive che avevano bisogno di muoversi sempre più celermente, con orari frenetici organizzati in funzione dell’apertura e chiusura dei posti di lavoro, con un centro ristretto e delle enormi periferie, con negozi commerciali sempre più accorpati in grandi centri situati fuori dalla cinta urbana, fosse ancora una città attuale pensata e organizzata in funzione di chi la vive nel quotidiano? Una popolazione che invecchia e che continuerà a farlo sempre di più impone un cambio di paradigma, circa il 27% della popolazione ha più di sessanta anni e un numero rilevante di loro vive nelle città, sono persone che negli anni cinquanta si sono spostati inseguendo il lavoro, che gradualmente si sono radicate e che, finita l’età lavorativa, si ritrovano in un ambiente che li ignora e quando li prende in considerazione lo fa spesso per definirli un problema. L’80 per cento di loro sono persone ancora attive con un variegato bagaglio di competenze che, se opportunamente coinvolte, possono mettere al servizio della collettività. Questo già avviene attraverso le associazioni di volontariato, infatti se guardiamo l’età media dei volontari scopriamo che quella dove si riscontra più partecipazione è medio alta, quindi siamo in presenza sia di una risorsa che di una domanda che viene dalle persone che hanno cessato l’età lavorativa. Contemporaneamente assistiamo a una difficoltà sempre maggiore degli enti locali nel gestire gli spazi di interesse pubblico, spesso le difficoltà sono finanziarie altre volte nascono da eventi episodici, pensate ad una gara sportiva o a una manifestazione temporanea, o più semplicemente a una piccolissima biblioteca di quartiere, attività che sono di difficile gestione attraverso forme di lavoro strutturato ma che possono vivere ricorrendo ad un apporto sussidiario che viene da quella parte della comunità che ha tanto tempo a disposizione e anche tanta voglia di partecipare e di rendersi utile, non solo per occupare la giornata, ma soprattutto per continuare a sentirsi attivo. Il ruolo delle associazioni in questo contesto è prezioso ma sicuramente non basta, l’obiettivo non può essere quello di coinvolgere solo una minima parte della popolazione che invecchia, questa è la ragione che ha portato l’Auser, insieme ad Anteas e Ada, a farsi promotori di una legge nazionale che promuova l’invecchiamento attivo, pensiamo ad una comunità che partecipa in modo attivo alla gestione e alla tutela dei beni pubblici, pensiamo al recupero del territorio, al decoro urbano, alle iniziative di carattere culturale, alla tutela dei beni culturali, ad attività che vadano incontro ai bisogni delle persone più svantaggiate. Lavoriamo per costruire una diversa idea di vecchiaia, che tenga conto delle aumentate aspettative di vita e che la consideri come una stagione dove le persone mantengono intatto il desiderio e la possibilità di progettare nuove esperienze di vita, un’età dove si possa ancora guardare al futuro e non solo al passato. Dentro questa visione si può anche sperimentare un nuovo welfare di comunità che integra in modo sussidiario attraverso la collaborazione delle persone, delle reti primarie, del terzo settore e dei privati attraverso una governance attenta delle pubbliche amministrazioni. Pensiamo ad un mondo meno segmentato, meno settoriale più coeso e soprattutto più solidale. Sarà anche un modo per rilanciare un nuovo modello organizzativo di una città che anche urbanisticamente deve cambiare diventando policentrica, decentrando i servizi, cancellando il concetto di periferia, rilanciando tutte le attività di quartiere, favorendo così la domiciliarietà degli anziani ma anche un tenore di vita più sociale, più inclusivo. In questo contesto gli anziani potrebbero adottare il quartiere migliorandone il decoro, la vivibilità, la sicurezza, l’utilizzo degli spazi pubblici, il rilancio delle attività culturali, dei servizi ai soggetti svantaggiati, così facendo non si sentirebbero più dei soggetti esclusi, emarginati a volte a malapena tollerati, ma delle persone attive utili alla collettività e contemporaneamente ricche di autostima e di voglia di vivere. Cambiare si può basta essere meno egoisti, meno individualisti e rendersi conto che la crisi che stiamo vivendo, e da cui siamo incapaci nel trovare una soluzione, non ha solo aspetti economici e produttivi ma è principalmente una crisi di valori.

Articolo di Enzo Costa, Presidente nazionale Auser, tratto dalla rivista Abitare e Anziani




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