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Luci ed ombre dell’autunno


Se usassimo, come metafora per descrivere la vita, le immagini del succedersi delle stagioni potremmo dire che l’autunno e la vecchiaia hanno delle affinità. Nell’autunno si pensa alle foglie cadenti con una nostalgia struggente per il verde rigoglioso dell’estate ma si dimentica, a volte, di ricordare la ricchezza delle messi. L’autunno è la stagione del raccolto. L’inverno che viene dopo può, a volte, essere così spaventoso da far perdere la capacità di vivere pienamente la stagione autunnale. La patologia più frequentemente incontrata nel caso di pazienti anziani ha a che fare molto spesso con l’incapacità di cogliere fino in fondo la ricchezza di senso dell’autunno. L’età della lentezza è l’età della riflessione che troppo spesso è impedita dall’ansia o, addirittura, dal terrore che l’avvicinarsi dell’inverno comporta. Il paziente che chiede aiuto nella terza età non può vivere perché teme di non saper morire, ed in effetti non potrà farlo finché non avrà vissuto fino in fondo l’autunno. “Tutti noi abbiamo bisogno di capire il significato delle nostre vite prima di morire e ne abbiamo bisogno per accettare amorevolmente chi siamo stati”.

È questa la stagione del raccolto che, psichicamente parlando, comporta un lento lavoro di raccolta di ricordi, di sensazioni, di eventi che portano a dare un senso alla vita vissuta e a scrivere l’ultimo capitolo di un libro che potrà essere concluso. Seguire un paziente in questa fase difficile ma indispensabile della vita significa, più che curarlo, aiutarlo a far diventare i suoi ricordi una storia, accoglierne il senso individuale ed unico, fino a raggiungere un senso di completezza. Questo percorso necessita di un interlocutore, di un ascoltatore attento e partecipe che sia consapevole dell’importanza, nell’economia di una vita, di questo capitolo finale. Questo comporta, come del resto anche in altri momenti di passaggio della vita, la necessità di una iniziazione. Il romanzo di Yasunari Kawabata La casa delle belle addormentate ci è apparso particolarmente ricco di immagini sull’iniziazione alla vecchiaia e desideriamo partire da questo racconto. La storia parla di una casa in una zona di confine fra la terra e il mare, in un tempo di confine fra l’autunno e l’inverno, dove i vecchi andavano per passare la notte assieme ad una vergine profondamente addormentata, inviolata ed inviolabile. Il protagonista, Eguchi, in quell’età per cui, non più giovane, cominciava a sentirsi vecchio, decise di recarsi in quella casa di cui aveva sentito parlare da un amico ormai vecchio. L’esperienza, per lui nuova, di contemplazione di una donna addormentata che tutto concedeva e tutto ignorava, il lasciarsi penetrare dagli odori e dalle sensazioni che venivano da quel corpo caldo risvegliava in lui una corrente di ricordi che lo portava lontano, in luoghi e tempi del suo passato sì che ne scopriva solo allora, così tardivamente, il senso nascosto. Eguchi incontrava ricordi e sentimenti mai riconosciuti, frammenti di vita che credeva perduti e, intenso, tutto il suo aver amato, visto e sentito prendeva forma dentro di lui in immagini vive e commoventi. La giovane vergine non violata restituiva a lui i suoi stessi segreti, colmi di sentimenti ancora da cogliere e il senso di una vita che si apprestava al duro inverno. Alcuni brevi frammenti di lavoro clinico con anziani possono mettere bene in luce questo processo di iniziazione alla vecchiaia. Antonietta aveva 65 anni quando si rivolse all’analista per chiedere aiuto. Faceva abuso di alcol e di psicofarmaci. Era vissuta per molti anni nella città natale dell’analista e questi si scopriva ad ascoltare con piacere e curiosità particolari per lui inediti della sua città prima che lui nascesse. Si era creato un clima emotivo particolare, la città raccontata sembrava svolgere il ruolo della “bella addormentata” del romanzo di Kawabata ed entrambi, paziente ed analista riprendevano i fili della propria storia. Quando venne deciso assieme di concludere il lavoro Antonietta non era così depressa, mostrava piuttosto una dolce malinconia che lasciava intravedere degli oggetti interni ritrovati. Vincenzo aveva 71 anni quando giunse dall’analista, portato dal figlio e spinto dal suo medico. Viveva alcuni problemi fisici abbastanza frequenti a quell’età come sintomi evidenti di un grave decadimento, aveva perso l’appetito, soffriva di insonnia ed era sempre di umore tetro. Una richiesta di dati da un ufficio pubblico relativi alla sua pensione aveva scatenato una crisi d’angoscia molto forte con idee persecutorie. Il clima delle sedute era pesante, con continue lamentele e appariva scarsamente modificabile. Una volta che Vincenzo parlava, col solito tono, della sua vecchia passione per la cucina, l’analista gli chiese la ricetta del piatto di cui stava parlando. Questa richiesta lo spiazzò e, dopo un momento di perplessità, vedendo che l’analista era pronto a prendere appunti, si accalorò a descriverla. Per qualche minuto apparve un Vincenzo del tutto sconosciuto. Il discorso si allargò alla pesca, con scambio di segreti sulle esche e sui posti buoni per pescare con la reciproca promessa di non portare mai nessuno nei posti indicati dall’altro. Si era creato un clima emotivo di condivisione e complicità con aspetti divertenti. Aveva ripreso a sorridere e si chiedeva che razza di terapia stessero facendo lui e l’analista. Quando decisero di terminare il lavoro Vincenzo era una persona viva che riusciva a godere in modo soddisfacente della vita. Aveva acquisito un atteggiamento che definiva “filosofico”, si confrontava con situazioni peggiori delle sue e si riteneva tutto sommato abbastanza fortunato. Durante l’analisi si era sentito di nuovo vivo perché aveva ripercorso con l’analista il suo mondo interno del quale aveva perso il valore. Una delle difficoltà psicologiche della vecchiaia non sta tanto nell’essere diventati vecchi ma nell’essere rimasti giovani nell’animo con difficoltà di adattarsi a questi nuovi aspetti della vita sapendo cogliere i frutti di ogni stagione. Talvolta questa fase della vita si presenta con situazioni di demenza; un autore francese, Gérard Le Goués, scrive che le vere e proprie demenze non superano il 5% negli ultra 65enni e che in tutte le altre hanno un ruolo importantissimo fattori come la perdita dei rapporti, l’isolamento, il non sentirsi importanti per qualcuno, sentimenti questi che determinano un disinvestimento, una depressione e una perdita di interesse per la realtà esterna. La perdita degli oggetti interni determina la perdita delle coordinate della propria storia e il senso della propria identità ed è per questo che provoca un disagio profondo nell’anziano che può sviluppare disorientamento fino a stati deliranti. La posizione dell’analista o dello psicoterapeuta, ma anche di chi si accosta al vecchio, dovrebbe essere prevalentemente quella di un testimone perché in queste situazioni la sofferenza psicologica è dovuta più spesso a una perdita che a un conflitto psichico. La presenza di un testimone sollecita il discorso e dà valore a quello che si racconta permettendo di “accedere” a questa età della vita invece che “subirla”. Kawabata sembra invitarci a immaginare l’inizio della vecchiaia come un luogo psichico nel quale è possibile l’incontro più significativo della nostra vita, quando ci possiamo accostare al segreto dell’esistenza rinunciando a penetrarlo, limitandoci a contemplarlo, accettando di rimanere nel non sapere ma lasciandoci invadere dal calore di questo creato venendone colmati. Allora possiamo comprendere la bellezza di un autunno che non è inverno, di una sera che non è notte.

Articolo di P.C. De Vescovi*, C. Albini Bravo**

*Psicologo Psicoterapeuta, Pistoia, **Psicologa Psicoterapeuta, Roma. Psicologia dell'invecchiamento.

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