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La cura del bello: la sindrome di Stendhal per combattere l'Alzheimer


Visite ai musei e attività artistiche producono emozioni benefiche capaci, come i farmaci, di rallentare la malattia di Alzheimer. E’ quanto emerso da un progetto pilota condotto presso il Moma di NewYork pochi anni fa, e dalle ricerche italiane condotte dal Professor Giulio Masotti, Presidente della Società Italiana di Geriatria che, insieme alla geriatra Luisa Bartorelli, Direttrice del Centro Alzheimer Fondazione Roma e alla psicologa e musico-terapeuta Silvia Ragni, hanno seguito decine di pazienti a visitare musei di Roma e li hanno coinvolti in attività artistiche, pittura, musica e danza. Spiega Bartorelli: «Abbiamo condotto un gruppo di 12 pazienti in fase lieve-moderata alla Galleria d'Arte Moderna…E una settimana dopo, al Centro, abbiamo proiettato per loro il filmato della visita. Trascorso un mese, ne abbiamo messo alla prova la memoria. Infine abbiamo chiesto ai familiari se e che cosa fosse cambiato». Tutto ciò ha consentito di registrare per ciascun paziente una precisa griglia di reazioni cognitive, affettive e comportamentali, con note sulle loro manifestazioni verbali, ovvero sui commenti o racconti fatti durante ogni incontro. Dalle risposte dei familiari emerge che 11 dei 12 pazienti hanno riferito con entusiasmo l'esperienza, per molti nuova, descrivendo i dipinti, ricordando le impressioni ricevute, mostrando con orgoglio e custodendo con cura la cartellina con le opere viste ricevuta a fine visita.

«Anche se affette da patologia cognitiva - insiste Bartorelli - queste persone sono in grado di valutare l'esperienza estetica col risultato che, in non pochi casi, si sono riattivate memorie lontane e una vitalità apparentemente esaurita». Entrare in un luogo "del bello", come ha detto un paziente, ha rinforzato autostima e senso di sé. Durante le visite, per di più, nessuno si è tirato indietro o ha manifestato disturbi del comportamento. Questi effetti sono stati paragonati a una sorte di sindrome di Stendhal al contrario. Il nome prende spunto dall’esperienza dello scrittore francese Stendhal, che in visita a Firenze nel 1817, fu talmente colpito dalla bellezza delle opere d’arte da sentirsi male, fino ad esperire tachicardia, capogiri, vertigini, confusione e allucinazioni. Un’overdose di bellezza, che può stordire una persona, ma che se applicata a persone con demenza, può anche produrre effetti benefici, alimentando emozioni capaci di agire sull’Alzheimer, in certi casi né più né meno di alcuni farmaci. Per quanto riguarda l’esperienza americana, il dipinto che è risultato più facile da comprendere è quello raffigurato sopra: “ChristinasWorld” di Wyet. Rappresenta una giovane donna, Cristina, che divenne invalida per la poliomelite, nell’atto di trascinarsi verso casa sulle braccia e sulle mani. Ciò che ha destato grande stupore è quanto i pazienti fossero in sintonia con quanto veniva trasmesso dal dipinto, capaci di empatizzare con i problemi fisici di Cristina solo osservando il quadro, senza ulteriori spiegazioni. Più la persona è in contatto con il proprio mondo emotivo e più riesce ad apprezzare l’arte, che appartiene alle esperienze più profonde di ciascuno di noi. E’ chiaro che da questa malattia non si può guarire, ma l’arteterapia si aggiunge agli altri trattamenti non farmacologici utili nel rallentarne la progressione.

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