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L’arte di vivere una vita longeva


L’invecchiamento è un processo caratterizzato sia da una grande variabilità individuale sia da delicati ed elaborati processi di compensazione progressiva di alcuni deficit funzionali, che consentono di mantenere o consolidare un equilibrio anche in età avanzata (Cesa Bianchi e Albanese, 2004). Abbiamo quindi che la vecchiaia non è sinonimo di malattia ma può rappresentare una nuova avventura in cui è possibile liberarsi da “vecchi” ruoli ed effettuare nuove scelte. Per raggiungere un invecchiamento di successo, citando la fortunata espressione di Havighurst (1960), occorre quindi raggiungere un benessere biologico, psicologico e sociale risultante dalla soddisfazione sia dei bisogni primari che dei propri desideri. Per raggiungere questa condizione, comunque, non ci sono ricette prestabilite. La longevità non è un punto di arrivo ma una continua ricerca. Nonostante la soggettività evocata da questo concetto, Cesa - Bianchi (1994), evince dai suoi studi alcune brevi regole per invecchiare positivamente: liberarsi dai pregiudizi, dai pensieri negativi, legati ai modelli precedentemente acquisiti, per cogliere nuove opportunità; cercare di rimettersi in gioco scoprendo gli aspetti originali e positivi delle nuove situazioni; prefiggersi obiettivi stimolanti e mete da raggiungere. La ricerca psicologica, ha inoltre individuato altri fattori che possano favorire il “succesful aging” tra cui, ad esempio, la resilienza e la capacità di utilizzare il “pensiero positivo”, che si sostanzia in un processo cognitivo in cui vi è la tendenza a pensare positivamente ai diversi ambiti del proprio vivere, alle proprie caratteristiche personali, alle aspettative verso il futuro. Importante a questo scopo è anche avere un buon grado di autostima, sorretto dall’utilizzo di strategie di coping funzionali al benessere psicofisico. Tutte queste componenti che entrano in gioco parlando di invecchiamento attivo non riguardano solo l’impegno dei singoli, ma anche quello dell’intera società. Bisogna sempre ricordarsi che, poiché accanto ad un invecchiamento patologico ve ne è anche uno “normale”, gli interventi attuati per l’età anziana non dovranno solo riguardare la cura di patologie, ma dovranno essere pensati per prevenire, evitare o rallentare la comparsa di alterazioni organiche e soprattutto condizioni di disadattamento sociale e relazionale. Recenti studi sulla persona evidenziano infatti che, per invecchiare con successo, sia importante anche l’integrazione sociale, perché preserva le funzioni cognitive ed emotive permettendo una migliore

qualità di vita. Le relazioni significative alimentano l’affermazione di sé, rispondono ad un bisogno di attaccamento e diventano ancora più importanti nella terza età per un fondamentale benessere individuale. Inoltre, come risulta dalla letteratura, il rilevare da parte della persona rapporti sociali carenti o inadeguati, può avere un ruolo nell’eziologia delle problematiche della salute fisica e mentale (Nicita - Mauro et al., 2005). Alla luce di queste considerazioni, non possiamo non sottolineare che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha adottato il termine invecchiamento attivo (“active aging”) per esprimere un concetto di invecchiamento che ottimizza le possibilità di salute, partecipazione e sicurezza al fine di migliorare la qualità della vita in questa fascia della popolazione (Word Health Organization, 2002). All’interno di questo concetto possiamo quindi individuare almeno due aspetti. Il primo è relativo ad attività legate alla gestione di se stessi, come prendersi cura della propria salute, essere fisicamente attivi ed adottare sani stili di vita. Il secondo riguarda i contributi in termini di partecipare alla vita comunitaria dando un apporto alla società, anche tramite l’aiuto ai coetanei o alle generazioni più giovani (Di Prospero, 2004). La forza e la voglia di vivere dell’anziano autonomo, al servizio degli altri in difficoltà, possono rappresentare un sostegno dai contenuti unici, un valore carico di significati e, in situazioni specifiche, costituire un antidoto al pericolo di esclusione e di solitudine (Hillman, 2000). In base a quanto esposto finora, quindi, nel corso dell’intervento, dopo aver articolato una parte più teorica relativa ai concetti di longevità e di invecchiamento attivo, saranno proposte due modalità per mantenersi attivi: l’attività fisica ed il volontariato. Abbiamo scelto di parlare di queste due tipologie di comportamenti, poiché, anche se apparentemente molto differenti, hanno al loro interno degli aspetti in comune. In primo luogo entrambi favoriscono processi di invecchiamento attivo. Se, infatti, il fare movimento rientra nelle pratiche legate alla gestione di se stessi (come prendersi cura della propria salute, condurre uno stile di vita attivo, adottare azioni di prevenzione), lo svolgere del volontariato permette agli anziani di fornire contributi in termini di produttività economica e sociale. In secondo luogo, poi, entrambe queste attività, tendono ad avere un peso sulla percezione della propria salute e soddisfazione di vita. Da vari studi sappiamo infatti che l’inattività fisica è un fattore di rischio per lo sviluppo di malattie cardiache (Canadian Fitness and lifestyle Research Institute, 1997) e che praticare ginnastica regolare è associata ad un ridotto rischio di sviluppare alcune forme di neoplasie (Bauman, Owen, 1999) e diabete (Krista, 2000), ad una minore incidenza dell’obesità (Starling, 2001) e ad un recupero più rapido in seguito a malattia grave (Seibens et al., 2000). A ciò si aggiungono effetti positivi sul versante psicologico e neuropsicologico come ad esempio un minor rischio di sviluppare disturbi dell’umore ed un declino più lento nella funzionalità dei processi cognitivi (Chodzko – Zajko, Moore, 1994). L’attuazione di programmi di esercizio fisico comporta poi un miglioramento dell’immagine corporea e dell’autostima a patto che, però, l’anziano percepisca un aumento nelle sue capacità di prestazione. Alla luce di queste acquisizioni appare opportuno quindi evitare richieste eccessive di prestazione fisica, in quanto la difficoltà o l’impossibilità di farvi fronte potrebbe indurre effetti negativi. Anche gli studi sul volontariato mettono in evidenza la relazione positiva tra lo svolgere tale attività, godere di buona salute auto riferita (Hirdes e Forbes, 1993) e il percepire una elevata soddisfazione di vita (Dorfman, Moffet, 1987). Tornando alle somiglianze tra le due attività, è da sottolineare che entrambe prevedono, nella maggior parte dei casi, l’inserimento all’interno di un gruppo e permettono all’anziano di ridefinire il proprio ruolo nella società, in un momento della vita spesso caratterizzato dalla perdita dello status sociale in contesti professionali e/o personali. È, ad esempio, proprio l’organizzazione mondiale della sanità ad enfatizzare il fatto che la partecipazione a programmi di esercizio consente ai soggetti anziani di acquistare nuovi ruoli positivi, allargando la loro integrazione sociale e culturale, stimolando la formazione di nuove amicizie e favorendo lo scambio intergenerazionale. Il volontariato, poi, è svolto dagli anziani per aiutare gli altri ma anche per sentirsi più utili e produttivi all’interno della società (Mariott Senior Voluntersm Study, 1991). Tale tipologia di attività è ad esempio molto utile nel periodo che sussegue il pensionamento. In questo caso, proprio nel momento in cui l’anziano perde uno dei ruoli sociali ricoperti nel corso della vita, può aspirare a ricoprirne uno nuovo. Poter compensare i ruoli perduti acquisendone di nuovi, sviluppare la cultura, la curiosità per il sapere e gli interessi durevoli fa sì che la vecchiaia rimanga un’età intensa della vita. La capacità o la possibilità di coltivare valori e ideali, sociali, politici o solidaristici, permette quindi all’anziano di elaborare progetti per il futuro e di mantenere un’attività creativa, fonte di autonomia e di benessere. Non a caso in questi ultimi anni abbiamo assistito ad una espansione dell’impegno degli ultrasessantacinquenni nel volontariato e nell’associazionismo, in quanto terreno ottimale di realizzazione di un’anzianità attiva e protagonista nella costruzione di una comunità solidale.

Articolo del dott. B.Bertocci GdL Psicologia dell’Invecchiamento, Ordine degli Psicologi della Toscana

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